i piedi sulla moquette e la carta sotto le dita. giro le pagine con circospezione, come si fa con i libri preziosi, con la matita tra le dita pronte a sottolineare. aggrotto le sopracciglia, aggiusto gli occhiali. cerco tra le pagine qualcosa che ancora non conosco, ma che nello stesso tempo mi appartiene. scivolo sotto la coperta fuori stagione, e mi guardo intorno. televisione spenta, musica, fogli sparsi sul tappeto. sullo schermo lampeggiano parole di conversazioni inaspettate, pezzi di puzzle che trovano il loro posto da soli. in questi giorni, la voglia di ringraziare chi mi dedichi del tempo è una necessità, come se facessi un inchino a uno specchio. ho bisogno di trovare negli occhi degli altri qualcosa che mi sfugge, che da tempo fatico a individuare, che forse coincide con i miei occhi chiusi. una luce stanca illumina le mie mani, i pensieri vagano con il fumo dell'incenso e faticano a prendere una forma definita. le lancette girano, i quadri mi fissano curiosi, chiedendosi se non sia tempo di farli uscire dalla cornice. la stanchezza si misura dal mascara attaccato alle ciglia. il silenzio mi abbraccia, e io sorrido felice pensando a qualcuno che stasera mi ha scritto. grazie.
martedì 4 giugno 2013
giovedì 9 maggio 2013
Rimango incredula al binario, dopo aver visto partire il treno che avevo
aspettato a lungo. Ero in ritardo, o sono in anticipo su un tempo che
non conosco. Non ti affacciare dal finestrino, non mi telefonare. Non ti preoccupare di esser salito. Ci sono molte cose da osservare in una stazione, e
a me basta rimanere sorpresa, tenere in mano il mio taccuino, e scrivere. Forse,
piangere un po'. Per tanti motivi per cui non l'ho ancora fatto, e che
adesso leggo scritti sulla linea gialla che non devo oltrepassare. Al chiudere degli occhi la stazione si muove, l'ingranaggio gira in senso orario, la mente si riposa. L'orologio segna un'ora imprecisata tra le due e le tre, le impronte che escono dalla pozzanghera si dirigono nel senso inverso. Io, semplicemente, aspetto.
mercoledì 13 febbraio 2013
La realtà è sempre una fonte di ispirazione inesauribile, da qualsiasi lato la si guardi. Ma certe persone sono ispirazione forte solo per noi, per quello che vogliamo essere davvero. Basta riconoscersi in certe parole per aver ancora la forza di scivolare fuori dal torpore e recuperare il capo del gomitolo che ci conduce al sogno smarrito. Il labirinto resta in agguato con la sua immobilità. La paura, raggomitolata in un angolo, appare più piccola alla luce del sole che filtra tra i rami. Nel silenzio sembra di riconoscere una musica che ci guida. L'ultimo passo è attraversare lo specchio senza perdersi di vista. Ma non siamo neppure a metà strada. Stringo il filo tra le mani, e mi pizzico una guancia. Stavolta non voglio addormentarmi.
giovedì 7 febbraio 2013
Mi siedo con il mio silenzio, e aspetto. Attendo il fluire dei pensieri che scivolano, come acqua di fiume, lenti e costanti. Lo faccio sempre, fino a quando il velo non si scopre. In questi giorni il flusso si interrompe, non arriva fino alle dita. Blocco dello scrittore, lo chiamano. Idee che si accavallano in testa e che irruente si scontrano, mescolano e infine incastrano prima di scivolare lungo il tubo che porta alle falangi. L'imbuto è stretto per lettere che possono appartenere a parole che si somigliano, le storie non riescono a tornare alla spada piantata dai fratelli al bivio in cui si sono separati. Il peggio è che la paralisi è completa. Passa la voglia di leggere, di allontanarsi nell'altrove, di girare le pagine. E quella storia dei talenti torna continuamente in mente, quasi come se volesse piantarsi nell'animo la convinzione che tu li stai sprecando perché non ti applichi con abbastanza disciplina. Restano i sogni, e le frasi che si aggrappano al dormiveglia in cui costruisco le storie, che però si smarriscono con la luce del sole. Il rimpianto della malinconia indugia fino al giungere del giorno, mentre mi alzo con la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante. Una bambina che dice buon appetito a un piccione, per esempio. O l'immagine di un barboncino tutto elegante, che fasciato nel suo cappotto porta una signora nella borsetta. Non so se esista un incubo geloso che rivoglia indietro i suoi tesori, o si tratti di stanchezza. So di certo che, se la pazienza è la virtù dei forti, lo voglio dimostrare. In barba al maelstrom improvviso che mi trascina, mi butto nell'occhio del ciclone dove tutto è fermo. Mi siedo col silenzio e, vorticando, aspetto. Che tutto cessi, che mi appaia un confine, o un nuovo regno. Dove sedersi sotto un grosso albero, o in riva al mare, a scrivere. Infine.
giovedì 29 novembre 2012
Le parole fanno capolino dai quadretti. Cerco di acchiapparle come si faceva con i pesci di plastica che aprivano e chiudevano la bocca in quel gioco che usavamo da bambini. A me si attorcigliava la lenza della canna, distratta com'ero dal ronzio di sottofondo e dai quadretti del tappeto. Sul tappeto si giocava con i soldatini, di domenica. A me ricordava una nave spaziale, ma nel fustino non c'erano astronauti. Dietro la poltrona ci si poteva nascondere e far finta di essere un leone o una pantera, e sotto il divano si nascondevano i libri e tutti i Topolino dispersi, quelli di cui lo zio si intestardiva a cercare i numeri mancanti. Da lì la vestaglia della nonna sembrava la veste di Sherazade, e i piedi del nonno quelli dei pastori del presepe. Il termosifone era perfetto per appoggiare le figurine in bilico, anche se cadevano ad un soffio, molto prima che la biglia li raggiungesse. Perdere non era una tragedia, la era solo essere scovati a nascondino o non poter essere ammessi a salire sulla casa sull'albero. Scivolavo spesso, e le mie ginocchia non avevano più posto per i graffi, però avevo le mani piene di more, di susine, di ciliege. In terrazzo sotto la tenda scrivevo, la penna impugnata per fronteggiare il caldo accecante del pomeriggio. Non ho cambiato certe abitudini, mi siedo ancora a gambe incrociate su un cuscino quando scrivo, su fogli possibilmente non del tutto bianchi, e senza righe. Con una matita appuntita che, scrivendo in stampatello, chiude le lettere nella gabbia dei quadretti. Da lì le parole tentano di fuggire o di affacciarsi sul mondo. A volte le lascio fuggire senza oppormi, perché so che da sole troveranno la strada di casa. Altre volte mi raggiunge la consapevolezza dolce che prima o poi, come i ricordi, le parole torneranno da me.
lunedì 26 novembre 2012
Le onde trascinano la paletta consumata di plastica gialla avanti e indietro, e io mi sento abbandonata come un vuoto casuale. La sensazione di smarrimento che accompagna davanti alla morte mi tiene la mano e mi culla come un'onda, mentre rifletto su rughe che indicano una vita passata serenamente, sulla mancanza di alcuni parenti che riscuoteranno comunque un'eredità, sull'intonaco lavanda della camera mortuaria che si scrosta come la fede da chi vacilla. Fa freddo, e le firme tentano invano di riempire il vuoto su una pagina lasciata a metà. I frammenti della mia vita cadono come foglie da un albero ingiallito e silenzioso. Restano le lettere a consegnare la memoria di un postino sorridente come un nonno, quando una me bambina gli correva incontro aprendogli entusiasta il portone. Resta il suo cognome da pietra preziosa, il cui ricordo continuerà a brillare nascosto nei cassetti della memoria. Resta un amore per la carta non scartata, per le foglie secche, per i francobolli smarriti sotto timbri illeggibili e la immancabile buona tavola. Nel salutarlo un'ultima volta vorrei avere la sua eleganza, toccarmi il cappello con aria smarrita e dirgli che non mi sono ancora sposata, perché so che vorrebbe saperlo. Invece resto qui, senza le parole per una nuova preghiera, con le dita raccolte come fiori recisi.
mercoledì 19 settembre 2012
Il mare è di tutti. E' della musulmana che resta seduta a guardarlo nostalgica mentre accarezza la testa al suo bambino che dorme. E' del pescatore che è appena uscito in barca speranzoso, con la lanterna accesa che più tardi si confonderà con le stelle. E' della badante rumena che scarta il panino caldo sorridendo, superata da due runners allenatissime che sembrano mangiare solo insalata. E' di chi ha lasciato le impronte che si stanno cancellando. Appartiene alle suore, costrette a tenere la veste alzata mentre trascinano nell'acqua fredda i polpacci al ritmo lento del rosario, ai pesci curiosi che li sfiorano e al gabbiano che eleva al cielo le sue grida stridule. E' mio, mentre siedo con le stampelle appoggiate alla panchina e tiro fuori il taccuino dalla borsa, pensando che la vera ricchezza passa sempre inosservata, ed è gratis. Il mare questa sera è tanto bello che quasi quasi rimpiango di non avere un i-phone con instagram con cui fare una fotografia, per poter dire a tutti che è di tutti, che mi scivola negli occhi e che resta lì attaccato come dita a una caramella appiccicosa. Un confetto di zucchero blu, che cadendo in terra si è sciolto in una pozzanghera salata.
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